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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo – 21 gennaio 2016

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

BEACH HOUSE – Thank You Lucky Stars

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Abbiamo già parlato di quest’album, parlando del suo predecessore. “Thank You…” (ottobre 2015) è il secondo disco dei Beach House nel giro di pochi mesi e, parola del gruppo, non è un’appendice di “Depression Cherry” (agosto 2015); è proprio un disco nuovo. E, parola del recensore, è un disco nuovo molto bello. Il rock sognante e sfumato dei BH acquista in queste canzoni una qualità quasi bambinesca: paiono carillon certe melodie; sono meno rock rispetto alle precedenti; sono ridotte all’osso di ritmi, tastiere e la bella voce della cantante V Legrand. Intorno c’è una nebbia elettrica che, per chi si diletta a definire, rimanda al dream pop; nel mezzo, un passo cadenzato che a tratti pare quasi un valzer d’altri tempi (“Common Girl”, “Elegy To The Void”). Disco affascinante e di sostanza, questo qui; una combinazione in via d’estinzione. Marco Sideri

 AVISHAI COHEN – Into The Silence

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C’è un breve video sul web che accompagna l’uscita di questo primo disco per ECM del trombettista nativo di Tel Aviv (nessuna parentela con l’omonimo contrabbassista, ma due fratelli sassofonisti, la sorella Anat e il fratello Yuval). Lo vediamo a casa mentre sceglie da una collezione di vinili un disco che, con un po’ di pazienza, si scopre essere lo storico album della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. In quella formazione il trombettista era Don Cherry: evidente dichiarazione d’intenti, peraltro confermata dalle opere precedenti di Cohen, in particolare i due album con il trio Triveni di cui ritroviamo il batterista Nasheet Waits (con cui il dialogo richiama quello dello storico cornettista con il sodale Billy HIggins). Ma qui siamo in terra germanica, alla corte di Manfred Eicher e il quintetto (completato da Yonathan Avishai al piano, Eric Revis al contrabbasso e Bill McHenry al tenore) si adagia su un jazz decisamente più impressionistico che di certo non dispiacerà ai cultori dell’etichetta. Ma forse un po’ di energia in più a tratti non avrebbe guastato. Danilo Di Termini

TOMMY CASTRO – Method To My Madness

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Ci sono dischi che nascono e crescono bene per tutto, tranne che per un particolare. Il particolare che non funziona nel nuovo lavoro id Tommy Castro è di immediata evidenza: l’orrida copertina fumettistica dove il nostro sembra Hannibal The Cannibal in veste da piacione. Non era meglio una bella foto, o tutt’altro? Questo a parte, il resto funziona a meraviglia, e se un disco stipato di rock filante, riffoni pesanti ma motivati alla Hendrix, abbondanti speziature New Orleans e rhythm and blues, shuffle strascicati, rock’n’roll come di Fender comanda, e via citando è, come dicono gli anglosassoni “la vostra tazza di tè”, l’acquisto è pressoché obbligato. Non c’è un pezzo debole, e  tutti suonano come se fosse l’ultima volta. O, almeno, la penultima. Guido Festinese

THE MANGES – Florida ep

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Mamma mia che ritorno da urlo! Sono bastati 6 pezzi spettacolari, tanti come quelli contenuti in questo nuovo ep intitolato “Florida”, per ricordarci, se ancora ce ne fosse bisogno, che i migliori a suonare punk-rock in Italia (ma non solo) restano sempre loro: i Manges di Las Spezia. Sei pezzi, dicevamo, pressoché perfetti, schiaffati senza troppe cerimonie in questo pezzettino di vinile uscito – speriamo – come antipasto del prossimo disco. Certo, il menù è sempre lo stesso da oltre vent’anni: pop-punk suonato all’ennesima potenza con melodie zuccherose e appiccicaticce, che sono il risultato perfetto di un’adolescenza “sprecata” ad ascoltare Ramones, Misfits, Hard-Ons, Screeching Weasel e Queers. E se qualcuno aveva storto il naso per i suoni troppo ’75 dell’ultimo disco “All is well” – io, nel mio piccolo, l’avevo subito inserito fra i dischi dell’anno 2014 – oggi anche i fan più intransigenti della band spezzina non potranno che stappare una bottiglia di vino buono e brindare a questo ritorno alle origini. E’ difficile citare un pezzo rispetto a un altro, visto che tutti e sei i brani dell’ep funzionano a dovere. Anche perché al di là delle influenze citate poco fa i Manges hanno ormai impresso un marchio molto personale alla loro musica, pur suonando uno dei generi più codificati del pianeta. Diego Curcio

IL DIARIO

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Diario del 21 gennaio 2015

Un cliente sui sessanta mi chiede “Cerco un disco di Eric Burdon, ‘The Twain Shall Meet’, ma non credo che lei ce l’abbia”; lo deludo perché invece ce l’ho, “C’è questo della BGO accoppiato a ‘Winds of Chang’e”. Non pensavo, vista l’età, che facesse i salti di gioia, ma un minimo di contentezza per un cd trovato dopo anni di ricerche vane me lo aspettavo, invece niente e, dopo qualche minuto, mi si avvicina “Mi lasci un attimo per pensare” ed esce. Indubbiamente la decisione deve essere stata molto sofferta, io di attimi gliene ho lasciati anche più di uno, ma alla mezza mi aspettava l’autobus per andare a mangiare a casa, magari tornerà al pomeriggio.

Alla riapertura mi aspetta invece una signora un po’ più anziana del fan di Burdon del mattino e la sua richiesta rivela la sua età, “Mi fa vedere cosa ha di Al Bowlly”, “Veramente non ne ho nemmeno uno”, “Non capisco, nemmeno la Feltrinelli lo ha”, “Non è che sia un cantante molto richiesto”, “A me interessa una canzone in particolare ‘Midnight, The Stars And You’”, per paura che io non capisca mi fa anche la traduzione, “Mezzanotte, le stelle e tu, è strano che nessuno ce l’abbia, in fondo è una canzone del 1939”.

P.S. Alle 19:00 chiudo e il cd di Eric Burdon & the Animals è ancora lì.

LA CLASSIFICA  DELLA SETTIMANA

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1) David Bowie – Blackstar

2) Adele – 25

3) David Gilmour – Rattle That Lock

4) Coldplay – A Head Full Of Dreams

5) Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto

 

 

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